“Siamo donne….oltre al volante c’è di più”

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Cosa vi viene in mente con questa strofa parafrasata? Ve la ricordate? Siamo donne.. oltre alle gambe c’è di più! Correva l’anno 1991, quando il duo – femminnilissimo sex symbol dei ruggenti anni 80’: Jo Squillo e Sabrina Salerno – cantava tonante: “donne, donne, oltre alle gambe c’è di più, un universo immenso e più” e metteva provocatoriamente in mostra le cosce lunghe, e tutti gli altri bei doni, generosamente elargiti da madre natura. La canzone, definita “un’accusa ai cinismi”, agli arrivismi, ai materialismi e a tutti i tremendi ismi che rendono povero e arido il nostro tempo, una sublimazione dei valori femminili, che vengono troppo spesso soffocati da altri, più visibili richiami”, all’epoca sembrò generare un forte senso di appartenenza di genere. La canzone voleva essere un grido in difesa della femminilità, troppo spesso mortificata e nascosta in virtù di dell’immagine di donna vincente, che doveva essere però declinata al maschile e quindi intellettuale, sobria, meglio se austera. Doveva essere una rivendicazione del ruolo decisivo del sesso per troppo tempo definito debole, in diversi ambiti significativi della nostra epoca: cultura, sport, scienza ecc…A distanza di ben 25 anni, questo slogan parafrasato: “siamo donne…oltre al volante c’è di più” riacquista attualità e diventa il grido urgente dell’universo rosa, in rivolta sotto al velo nero dell’abaya, l’abito femminile tradizionale ed ufficiale in molti paesi del medio oriente.Se il famigerato motto “donne al volante pericolo costante” in molti paesi rappresenta solo uno dei simboli di un lungo retaggio culturale, fortunatamente sorpassato ed attualmente buono solo a generare un semplice sorriso, la stessa cosa non si può dire ad esempio dell’unico paese al mondo in cui dal 1991, in seguito ad una fatwa, una sentenza vincolante per tutti i musulmani credenti, al genere femminile è proibito guidare, l’Arabia Saudita: qui la pena prevista per le donne alla guida è il carcere e l’accusa può essere addirittura un reato di terrorismo! Come dimostra la vicenda dello scorso anno, quando due donne, sfidando il divieto di guida, vennero arrestate e deferite alla Corte criminale di Ryad con l’accusa di terrorismo.Oltre al volante c’è di più, certo, perché se per le donne saudite e non, che sfidano i divieti del Gran Muftì (la più alta autorità giuridica islamica sunnita), oltre al volante si aprono non solo nuove carreggiate da percorrere ma si intravede uno spiraglio di autonomia, per tutto l’universo rosa si sono snodate e seguitano a snodarsi le molteplici strade dell’emancipazione.Ai sedicenti saggi nonché legislatori sauditi, occupati nell’applicare e nel far rispettare la sharia, la legge islamica, e probabilmente anche a molti rappresentanti nostrani del cosiddetto sesso forte, farebbe sicuramente bene sapere che numerosi furono gli esponenti del gentil sesso ad avere un ruolo di primo piano nella storia dell’automobile.Chissà cosa direbbero, ad esempio, se sapessero che ad inventare il tergicristalli fu l’americana Mary Anderson, mentre lo specchietto retrovisore si deve all’ingegno della britannica Dorothy Levitt? Avrebbero forse il coraggio di lanciargli una fatwa?